Francesca Isabella Bove

Francesca Isabella Bove (1982) é psicologa clinica e psicoterapeuta psicoanalitica presso lo Studio Italiano di Psicologia a Barcellona, servizio dedicato alla salute mentale con particolare attenzione alla comunitá italiana residente a Barcellona.

Nel 2009 ha fondato a Barcellona  “International Psychologists Project: Multilingual Psychotherapy ”, una rete interprofessionale per il sostegno psicologico in lingua nativa e rivolta alle numerose comunitá di immigrati presenti in Catalogna.

Si è laureata a Roma all’Università “Sapienza” in Psicologia Clinica con una tesi sperimentale in psicologia psicodinamica. Nella stessa Università ha conseguito la specializzazione in Psicologia Dinamica e successivamente il titolo di Psicoterapeuta Psicoanalitica presso la Universidad de Barcelona. Dal 2008 svolge attivitá di ricerca presso il Dipartimento di Psichiatria e Psicologia Applicata del Hospital Universitario de Bellvitge (Universidad de Barcelona).

 

Perché Goodbye Mamma?

Perchè la mamma nell’immaginario comune è colei che ci ama smisuratamente, che si preoccupa per noi e ci protegge in un grande abbraccio, è la Madre Terra e la Madre Patria.

E’ la mamma-terra natìa delle canzoni malinconiche dell’emigrante, a lei si chiede il consiglio e la moneta per la nuova vita “Mamma dammi cento lire che in America voglio andar..”.

La si lascia con rammarico “Va l’emigrante ognor con la sua chimera lascia la vecchia mamma il suo casolare”

…E si ritorna a lei con nostalgia “Mamma son tanto felice perchè ritorno da te..

Ma la mamma è anche colei dalla quale si fugge sbattendo la porta, la matrigna avida, l’anti-mamma di cui ci lamentiamo e che biasimiamo amaramente.

Sembra esistere un legame simbolico e inscindibile tra la madre, le radici e le origini.

In modi diversi, la separazione dalle tante nostre madri, simboli altrettante certezze (non sempre positive e rassicuranti) è un passo necessario per chi vuole lanciarsi nell’esplorazione di nuovi modi/mondi.

Dire Goodbye alla mamma è cercare un’opportunità vicina o lontana nello spazio e nel tempo, per essere se stessi, per crescere nelle proprie esplorazioni.

Personalmente ritengo che il progetto del libro risponda al bisogno di poter dire un “arrivederci” pacato, realistico, senza rabbie e rimorsi facili, un esame critico delle realtà dei nuovi migranti italiani, con i loro limiti e le loro molteplici potenzialità.